 costui
per tutte guise di lavori industri
maraviglioso, e a Pallade Minerva
caramente diletto. Opra fur sua
di Paride le navi, onde principio
ebbe il danno de' Teucri, e di lui stesso,
perché i decreti degli Dei non seppe.
L'inseguì, lo raggiunse, lo percosse
nel destro clune Merïone, e sotto
l'osso vêr la vescica uscì la punta.
Gli mancâr le ginocchia, e guaiolando
e cadendo il coprì di morte il velo.
Mege uccise Pedèo, bastarda prole
d'Antènore, cui l'inclita Teano,
gratificando al suo consorte, avea
con molta cura nutricato al paro
dei diletti suoi figli. Si fe' sopra
a costui coll'acuta asta il Filìde
Mege, e alla nuca lo ferì. Trascorse
tra i denti il ferro, e gli tagliò la lingua.
Così concio egli cadde, e nella sabbia
fe' tenaglia co' denti al freddo acciaro.
Ipsènore, figliuol del generoso
Dolopïon, scamandrio sacerdote
riverito qual Dio, fugge davanti
al chiaro germe d'Evemone Eurìpilo.
Eurìpilo l'insegue, e via correndo
tal gli cala su l'omero un fendente
che il braccio gli recide. Sanguinoso
casca il mozzo lacerto nella polve,
e la purpurea morte e il violento
fato le luci gli abbuiâr. Di questi
tal nell'acerba pugna era il lavoro.
Ma di qual parte fosse Dïomede,
sul cubito, e levata alto la fronte,
l'interrogò dicendo: E chi sei tu
che pel campo ne vieni a queste navi
così soletto per la notte oscura,
mentre gli altri mortali han tregua e sonno?
Forse alcun de' veglianti o de' compagni
vai rintracciando? Parla, e taciturno
non appressarti: che ricerchi? - E a lui
il regnatore Atride: Oh degli Achei
inclita luce, Nestore Nelìde,
Agamennón son io, cui Giove opprime
d'infinito travaglio, e fia che duri
finché avrà spirto il petto e moto il piede.
Vagabondo ne vo poiché dal ciglio
fuggemi il sonno, e il rio pensier mi grava
di questa guerra e della clade achea.
De' Danai il rischio mi spaventa: inferma
stupidisce la mente, il cor mi fugge
da' suoi ripari, e tremebondo è il piede.
Tu se cosa ne mediti che giovi
(quando il sonno s'invola anco a' tuoi lumi),
sorgi, e alle guardie discendiam. Veggiamo
se da veglia stancate e da fatica
siensi date al dormir, posta in obblìo
la vigilanza. Del nemico il campo
non è lontano, né sappiam s'ei voglia
pur di notte tentar qualche conflitto.
Disse; e il gerenio cavalier rispose:
Agamennóne glorïoso Atride,
non tutti adempirà Giove pietoso
i disegni d'Ettore e le speranze.
Ben più vero cred'io che molti affanni
sudar d'ambascia gli faran la fronte
se desterassi Achille, e la tenace
ira funesta scuoterà dal petto.
Or io volonteroso ecco ti seguo:
andianne, risvegliam dal sonno i duci
Dïomede ed Ulisse, ed il veloce
Aiace d'Oilèo, e di Filèo
il forte figlio; e si spedisca intanto
alcun di tutta fretta a richiamarne
pur l'altro Aiace e Idomenèo che lungi
agli estremi del campo hanno le navi.
Ma quanto a Menelao, benché ne sia
d'onor degno ed amico, io non terrommi
di rampognarlo (ancor che debba il franco
mio parlare adirarti), e vergognarlo
farò del suo poltrir, tutte lasciando
a te le cure, or ch'è mestier di ressa
con tutti i duci e d'ogni umìl preghiera,
come crudel necessità dimanda.
Ben altra volta (Agamennón rispose)
ti pregai d'ammonirlo, o saggio antico,
ché spesso ei posa, e di fatica è schivo;
per pigrezza non già, né per difetto
d'accorta mente, ma perché miei cenni
meglio aspettar che antivenirli ei crede.
Pur questa volta mi precorse, e innanzi
mi comparve improvviso, ed io l'ho spinto
a chiamarne i guerrieri che tu cerchi.
Andiam, ché tutti fra le guardie, avanti
alle porte del vallo congregati
li troverem; ché tale è il mio comando.
E Nèstore a rincontro: Or degli Achei
niun ritroso a lui fia né disdegnoso,
o comandi od esorti. - In questo dire
la tunica s'avvolse intorno al petto;
al terso piede i bei calzari annoda;
quindi un'ampia s'affibbia e porporina
clamide doppia, in cui fiorìa la felpa.
Poi recossi alla man l'acuta e salda
lancia, e verso le navi incamminossi
de' loricati Achivi. E primamente
svegliò dal sonno il sapïente Ulisse
elevando la voce: e a lui quel grido
ferì l'orecchio appena, che veloce
della tenda n'uscì con questi accenti:
Chi siete che soletti errando andate
presso le navi per la dolce notte?
Qual vi spinge bisogno? - O di Laerte
magnanimo figliuol, prudente Ulisse,
(gli rispose di Pilo il cavaliero)
non isdegnarti, e del dolor ti caglia
de' travagliati Achei: vieni, che un altro
svegliarne è d'uopo, e consultar con esso
o la fuga o la pugna. - A questo detto
rïentrò l'Itacense nella tenda,
sul tergo si gittò lo scudo, e venne.
Proseguiro il cammin quindi alla volta
di Dïomede, e lo trovâr di tutte
l'armi vestito, e fuor del padiglione.
Gli dormìano dintorno i suoi guerrieri
profondamente, e degli scudi al capo
s'avean fatto origlier. Fitto nel suolo
stassi il calce dell'aste, e il ferro in cima
mette splendor da lungi, a simiglianza
del baleno di Giove. Esso l'eroe
di bue selvaggio sulla dura pelle
dormìa disteso, ma purpureo e ricco
sotto il capo regale era un tappeto.
siete in gran briga voi medesmi, almeno
vien tu, forte figliuol di Telamone,
e tu, Teucro, signor d'arco tremendo.
Tacque, ed il grande Telamònio figlio
al figlio d'Oilèo si volse e disse:
Tu, Aiace, e tu forte Licomede
qui restatevi entrambi, ed infiammate
l'acheo coraggio alla battaglia. Io volo
colà allo scontro del nemico, e data
la chiesta aita, subito ritorno.
Partì l'eroe, ciò detto, ed il germano
Teucro il seguiva, e Pandïon portante
l'arco di Teucro. Costeggiando il muro
alla torre arrivâr di Menestèo:
ed entrâr nella zuffa, appunto in quella
che a negro turbo simiglianti i duci
animosi de' Licii avean de' merli
già vinto il sommo. Si scontrâr gli eroi
fronte a fronte, e levossi alto clamore.
Primo l'Aiace Telamònio uccise
il magnanimo Epìcle, un caro amico
di Sarpedon. Giacea sull'ardua cima
della muraglia un aspro enorme sasso,
tal che niun de' presenti, anco sul fiore
delle forze, il potrebbe agevolmente
a due man sollevar. Ma lieve in alto
levollo Aiace, e lo scagliò. L'orrendo
colpo diruppe il bacinetto, e tutte
l'ossa del capo sfracellò. Dall'alta
torre il percosso a notator simìle
cadde, e l'alma fuggì. Teucro di poi
di strale a Glauco il nudo braccio impiaga
mentre il muro assalisce, e lo costrigne
la pugna abbandonar. Glauco d'un salto
giù dagli spaldi gittasi furtivo,
onde nessuno degli Achei s'avvegga
di sua ferita, e villanìa gli dica.
Ben se n'accorse Sarpedonte, ed alta
dell'amico al partir doglia il trafisse.
Ma non lentossi dalla pugna, e giunto
colla lancia il Testòride Alcmeone,
gliela ficca nel petto, e a sé la tira.
Segue il trafitto l'asta infissa, e cade
boccone, e l'armi risonâr sovr'esso.
Colla man forte quindi il licio duce
un merlo afferra, a sé lo tragge, e tutto
lo dirocca. Snudossi al suo cadere
la superna muraglia, e larga a molti
fece la strada. Allor ristretti insieme
mossero contra Sarpedonte i due
Telamonìdi, e Teucro d'uno strale
al petto il saettò. Raccolse il colpo
il lucente fermaglio dell'immenso
scudo, ché Giove dal suo figlio allora
allontanò la Parca, e non permise
che davanti alle navi egli cadesse.
L'assalse Aiace ad un medesmo tempo,
e allo scudo il ferì. Tutto passollo
la fiera punta, ed aspramente il caldo
guerrier represse. Dagli spaldi adunque
recede alquanto ei sì, ma non del tutto,
ché il cor pur anco gli porgea speranza
della vittoria, e al suo fedel drappello
rivoltosi, gridò: Licii guerrieri,
perché l'impeto vostro si rallenta?
Benché forte io mi sia, solo poss'io
atterrar questo muro, ed alle navi
aprir la strada? A me v'unite or dunque,
ché forza unita tutto vince. - Ei disse,
e vergognosi rispettando i Licii
le regali rampogne, s'addensaro
dintorno al saggio condottier. Dall'altro
lato gli Argivi nell'interno muro
rinforzan le falangi, e d'ambe parti
cresce il travaglio della dura impresa.
Perocché né il valor degli animosi
Licii a traverso dell'infranto muro
alle navi potea farsi la strada,
né i saettanti Achei dall'occupata
muraglia i Licii discacciar: ma quale
in poder che comune abbia il confine,
fan due villan, la pertica alla mano,
del limite baruffa, e poca lista
di terra è tutto della lite il campo:
così dei merli combattean costoro,
e sovra i merli contrastati un fiero
spezzar si fea di scudi e di brocchieri
su gli anelanti petti; e molti intorno
cadean gli uccisi; altri dal crudo acciaro
nel voltarsi trafitti il tergo ignudo;
altri, ed erano i più, da parte a parte
trapassati le targhe. Da per tutto
torri e spaldi rosseggiano di sangue
e troiano ed acheo; né fra gli Achei
nullo ancor segno si vedea di fuga.
Siccome onesta femminetta, a cui
procaccia il vitto la conocchia, in mano
tien la bilancia, e vi sospende e pesa
con rigorosa trutina la lana,
onde i suoi figli sostentar di scarso
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli? Il figlio
di Latona e di Giove. Irato al Sire
destò quel Dio nel campo un feral morbo,
e la gente perìa: colpa d'Atride
che fece a Crise sacerdote oltraggio.
Degli Achivi era Crise alle veloci
prore venuto a riscattar la figlia
con molto prezzo. In man le bende avea,
e l'aureo scettro dell'arciero Apollo:
e agli Achei tutti supplicando, e in prima
ai due supremi condottieri Atridi:
O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,
gl'immortali del cielo abitatori
concedanvi espugnar la Prïameia
cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.
Deh mi sciogliete la diletta figlia,
ricevetene il prezzo, e il saettante
figlio di Giove rispettate. - Al prego
tutti acclamâr: doversi il sacerdote
riverire, e accettar le ricche offerte.
Ma la proposta al cor d'Agamennóne
non talentando, in guise aspre il superbo
accommiatollo, e minaccioso aggiunse:
Vecchio, non far che presso a queste navi
ned or né poscia più ti colga io mai;
ché forse nulla ti varrà lo scettro
né l'infula del Dio. Franca non fia
costei, se lungi dalla patria, in Argo,
nella nostra magion pria non la sfiori
vecchiezza, all'opra delle spole intenta,
e a parte assunta del regal mio letto.
Or va, né m'irritar, se salvo ir brami.
Impaurissi il vecchio, ed al comando
obbedì. Taciturno incamminossi
del risonante mar lungo la riva;
e in disparte venuto, al santo Apollo
di Latona figliuol, fe' questo prego:
Dio dall'arco d'argento, o tu che Crisa
proteggi e l'alma Cilla, e sei di Tènedo
possente imperador, Smintèo, deh m'odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t'arsi i fianchi opimi,
questo voto m'adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
Sì disse orando. L'udì Febo, e scese
dalle cime d'Olimpo in gran disdegno
coll'arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all'irato un tintinnìo
al mutar de' gran passi; ed ei simìle
a fosca notte giù venìa. Piantossi
delle navi al cospetto: indi uno strale
liberò dalla corda, ed un ronzìo
terribile mandò l'arco d'argento.
Prima i giumenti e i presti veltri assalse,
poi le schiere a ferir prese, vibrando
le mortifere punte; onde per tutto
degli esanimi corpi ardean le pire.
Nove giorni volâr pel campo acheo
le divine quadrella. A parlamento
nel decimo chiamò le turbe Achille;
ché gli pose nel cor questo consiglio
Giuno la diva dalle bianche braccia,
de' moribondi Achei fatta pietosa.
Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo
levossi Achille piè-veloce, e disse:
Atride, or sì cred'io volta daremo
nuovamente errabondi al patrio lido,
se pur morte fuggir ne fia concesso;
ché guerra e peste ad un medesmo tempo
ne struggono. Ma via; qualche indovino
interroghiamo, o sacerdote, o pure
interprete di sogni (ché da Giove
anche il sogno procede), onde ne dica
perché tanta con noi d'Apollo è l'ira:
se di preci o di vittime neglette
il Dio n'incolpa, e se d'agnelli e scelte
capre accettando l'odoroso fumo,
il crudel morbo allontanar gli piaccia.
Così detto, s'assise. In piedi allora
di Testore il figliuol Calcante alzossi,
de' veggenti il più saggio, a cui le cose
eran conte che fur, sono e saranno;
e per quella, che dono era d'Apollo,
profetica virtù, de' Greci a Troia
avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo
pien di senno parlò queste parole:
Amor di Giove, generoso Achille,
vuoi tu che dell'arcier sovrano Apollo
ti riveli lo sdegno? Io t'obbedisco.
ma d'Ilio alla gran torre. Udito avendo
dell'inimico un furïoso assalto
e de' Teucri la rotta, la meschina
corre verso le mura a simiglianza
di forsennata, e la fedel nutrice
col pargoletto in braccio l'acccompagna.
Finito non avea queste parole
la guardïana, che veloce Ettorre
dalle soglie si spicca, e ripetendo
il già corso sentier, fende diritto
del grand'Ilio le piazze: ed alle Scee,
onde al campo è l'uscita, ecco d'incontro
Andromaca venirgli, illustre germe
d'Eezïone, abitator dell'alta
Ipoplaco selvosa, e de' Cilìci
dominator nell'ipoplacia Tebe.
Ei ricca di gran dote al grande Ettorre
diede a sposa costei ch'ivi allor corse
ad incontrarlo; e seco iva l'ancella
tra le braccia portando il pargoletto
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella. Il padre
Scamandrio lo nomava, il vulgo tutto
Astïanatte, perché il padre ei solo
era dell'alta Troia il difensore.
Sorrise Ettorre nel vederlo, e tacque.
Ma di gran pianto Andromaca bagnata
accostossi al marito, e per la mano
strignendolo, e per nome in dolce suono
chiamandolo, proruppe: Oh troppo ardito!
il tuo valor ti perderà: nessuna
pietà del figlio né di me tu senti,
crudel, di me che vedova infelice
rimarrommi tra poco, perché tutti
di conserto gli Achei contro te solo
si scaglieranno a trucidarti intesi;
e a me fia meglio allor, se mi sei tolto,
l'andar sotterra. Di te priva, ahi lassa!
ch'altro mi resta che perpetuo pianto?
Orba del padre io sono e della madre.
M'uccise il padre lo spietato Achille
il dì che de' Cilìci egli l'eccelsa
popolosa città Tebe distrusse:
m'uccise, io dico, Eezïon quel crudo;
ma dispogliarlo non osò, compreso
da divino terror. Quindi con tutte
l'armi sul rogo il corpo ne compose,
e un tumulo gli alzò cui di frondosi
olmi le figlie dell'Egìoco Giove
l'Oreadi pietose incoronaro.
Di ben sette fratelli iva superba
la mia casa. Di questi in un sol giorno
lo stesso figlio della Dea sospinse
l'anime a Pluto, e li trafisse in mezzo
alle mugghianti mandre ed alle gregge.
Della boscosa Ipoplaco reina
mi rimanea la madre. Il vincitore
coll'altre prede qua l'addusse, e poscia
per largo prezzo in libertà la pose.
Ma questa pure, ahimè! nelle paterne
stanze lo stral d'Artèmide trafisse.
Or mi resti tu solo, Ettore caro,
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito. Abbi deh! dunque
di me pietade, e qui rimanti meco
a questa torre, né voler che sia
vedova la consorte, orfano il figlio.
Al caprifico i tuoi guerrieri aduna,
ove il nemico alla città scoperse
più agevole salita e più spedito
lo scalar delle mura. O che agli Achei
abbia mostro quel varco un indovino,
o che spinti ve gli abbia il proprio ardire,
questo ti basti che i più forti quivi
già fêr tre volte di valor periglio,
ambo gli Aiaci, ambo gli Atridi, e il chiaro
sire di Creta ed il fatal Tidìde.
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
la sua perfida gente. Dall'eccelso
etereo seggio scoterà sovr'essi
l'egida orrenda di Saturno il figlio
di tanta frode irato; e non cadranno
vôti i suoi sdegni. Ma d'immenso lutto
tu cagion mi sarai, dolce fratello,
se morte tronca de' tuoi giorni il corso.
Sorgerà negli Achei vivo il desìo
del patrio suolo, e d'onta carco in Argo
io tornerommi, e lasceremo ai Teucri,
glorïoso trofeo, la tua consorte.
Putride intanto nell'iliaca terra
l'ossa tue giaceran, senz'aver dato
fine all'impresa, e il tumulo del mio
prode fratello un qualche Teucro altero
calpestando, dirà: Possa i suoi sdegni
satisfar così sempre Agamennóne,
siccome or fece, senza pro guidando
l'argoliche falangi a questo lido,
d'onde scornato su le vote navi
alla patria tornò, qui derelitto
l'illustre Menelao. Sì fia ch'ei dica;
e allor mi s'apra sotto i piè la terra.
Ti conforta, rispose il biondo Atride,
né co' lamenti spaventar gli Achivi.
In mortal parte non ferì l'acuto
dardo: di sopra il ricamato cinto
mi difese, e di sotto la corazza
e questa fascia che di ferrea lama
buon fabbro foderò. - Sì voglia il cielo,
diletto Menelao, l'altro riprese.
Intanto tratterà medica mano
la tua ferita, e farmaco porravvi
atto a lenire ogni dolor. - Si volse
all'araldo, ciò detto, e, Va, soggiunse,
vola, o Taltibio, e fa che ratto il figlio
d'Esculapio, divin medicatore,
Macaon qua ne vegna, e degli Achei
al forte duce Menelao soccorra,
cui di freccia ferì qualche troiano
o licio saettier che sé di gloria,
noi di lutto coprì. - Disse, e l'araldo
tra le falangi achee corse veloce
in traccia dell'eroe. Ritto lo vide
fra lo stuolo de' prodi che da Tricca
altrice di corsier l'avea seguìto:
appressossi, e con rapide parole,
Vien, gli disse, t'affretta, o Macaone;
Agamennón ti chiama: il valoroso
Menelao fu di stral colto da qualche
licio arciero o troiano che superbo
va del nostro dolor. Corri, e lo sana.
Al tristo annunzio si commosse il figlio
d'Esculapio; e veloci attraversando
il largo campo acheo, fur tosto al loco
ove al ferito dëiforme Atride
facean cerchio i migliori. Incontanente
dal balteo estrasse Macaon lo strale,
di cui curvârsi nell'uscir gli acuti
ami: disciolse ei quindi il vergolato
cinto e il torace colla ferrea fascia
sovrapposta; e scoperta la ferita,
succhionne il sangue, e destro la cosparse
dei lenitivi farmaci che al padre,
d'amor pegno, insegnati avea Chirone.
Mentre questi alla cura intenti sono
del bellicoso Atride, ecco i Troiani
marciar di nuovo con gli scudi al petto,
e di nuovo gli Achei l'armi vestire
di battaglia bramosi. Allor vedevi
non assonnarsi, non dubbiar, né pugna
schivar l'illustre Agamennón; ma ratto
volar nel campo della gloria. Il carro
e i fervidi destrier tratti in disparte
lascia all'auriga Eurimedonte, figlio
del Piraìde Tolomèo; gl'impone
di seguirlo vicin, mentre pel campo
ordinando le turbe egli s'aggira,
onde accorrergli pronto ove stanchezza
gli occupasse le membra. Egli pedone
scorre intanto le file, e quanti all'armi
affrettarsi ne vede, ei colla voce
fortemente gl'incuora, e grida: Argivi,
niun rallenti le forze: il giusto Giove
bugiardi non aiuta: chi primiero
l'accordo vïolò, pasto vedrassi
di voraci avoltoi, mentre captive
le dilette lor mogli in un co' figli
noi nosco condurremo, Ilio distrutto.
Quanti poi ne scorgea ritrosi e schivi
della battaglia, con irati accenti
li rabbuffando, O Argivi, egli dicea,
o guerrier da balestra, o vitupèri!
Non vi prende vergogna? A che vi state
istupiditi come zebe, a cui,
dopo scorso un gran campo, la stanchezza
ruba il piede e la lena? E voi del pari
allibiti al pugnar vi sottraete.
Aspettate voi forse che il nemico
alla spiaggia s'accosti ove ritratte
beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa
domano i gioghi alle cefisie fonti.
Son quaranta le prore al mar fidate
da questi prodi, e tutte in ordinanza
de' Beozî disposte al manco lato.
Di Locride guidava i valorosi
Aiace d'Oïlèo, veloce al corso.
Di tutta la persona egli è minore
del Telamonio, né minor di poco;
ma picciolo quantunque e non coperto
che di lino torace, ei tutti avanza
e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta.
Di Cino, di Callïaro e d'Opunte
lo seguono i deletti, e quei di Bessa,
e quei che i colti dell'amena Augèe
e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa
ai duri agresti, e quei di Tronio a cui
il Boagrio torrente i campi allaga.
Venti e venti il seguìan preste carene
della locrese gioventù venuta
di là dai fini della sacra Eubèa.
Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti,
Eretrïensi, Calcidensi, e quelli
dell'aprica vitifera Istïea,
e di Cerinto e in una i marinari,
e i montanari dell'alpestre Dio,
e quei di Stira e di Caristo han duce
il bellicoso Elefenòr, figliuolo
di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti.
Snellissimi di piè portan costoro
fiocchi di chiome su la nuca, egregi
combattitori, a maraviglia sperti
nell'abbassar la lancia, e sul nemico
petto smagliati fracassar gli usberghi.
E quaranta di questi eran le vele.
Della splendida Atene ecco gli eroi,
popolo del magnanimo Erettèo
cui l'alma terra partorì. Nudrillo
ed in Atene il collocò Minerva
alla sant'ombra de' suoi pingui altari,
ove l'attica gente a statuito
giro di soli con agnelli e tauri
placa la Diva. Guidator di questi
era il Petìde Menestèo. Non vede
pari il mondo a costui nella scïenza
di squadronar cavalli e fanti. Il solo
Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince.
Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste
sei altre e sei di Salamina uscite,
al Telamonio Aiace obbedienti.
Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo
mandava la pianura e la superba
d'ardue mura Tirinto e le di cupo
golfo custodi Ermïone ed Asìne.
Con essi di Trezene e della lieta
di pampini Epidauro e d'Eïone
venìa la squadra; e dopo questa un fiero
di giovani drappello che d'Egina
lasciò gli scogli e di Masete. A questi
tre sono i duci, il marzio Dïomede,
Stènelo dell'altero Capanèo
diletta prole, e il somigliante a nume
Eurïalo figliuol di Mecistèo
Talaionide. Ma del corpo tutto
condottiero supremo è Dïomede.
E sono ottanta di costor le antenne.
Ma ben cento son quelle a cui comanda
il regnatore Agamennóne Atride.
Sua seguace è la gente che gl'invìa
la regale Micene e l'opulenta
Corinto, e quella della ben costrutta
Cleone e quella che d'Ornee discende,
e dall'amena Aretirèa. Né scarsa
fu de' suoi Sicïon, seggio primiero
d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa
Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte
le marittime prode, e tutta intorno
d'Elice la campagna impoverîrsi
d'abitatori. E questa truppa è fiore
di gagliardi, e la più di quante allora
schierârsi in campo. D'arme rilucenti
iva il duce vestito, ed esultava
in suo segreto del vedersi il primo
fra tanti eroi; e veramente egli era
il maggior di que' regi, e conducea
il maggior nerbo delle forze achive.
Il concavo di balze incoronato
lacedemonio suol Sparta e Brisèe,
e Fari e Messa di colombe altrice,
e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada,
Etila ed Elo al mar giacente e Laa,
queste tutte spedîr sovra sessanta
prore i lor figli; e Menelao li guida
aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene
dalla fraterna la sua schiera, e forte
del suo proprio valor la sprona all'armi,
di vendicar su i Teucri impazïente
l'onta e i sospir della rapita Elèna.
Di novanta navigli capitano
veniva il veglio cavalier Nestorre.
Né l'aurata mancò lira d'Apollo,
né il dolce delle Muse alterno canto.
Ratto, poi che del Sol la luminosa
lampa si spense, a' suoi riposi ognuno
ne' palagi n'andò, che fabbricati
a ciascheduno avea con ammirando
artifizio Vulcan l'inclito zoppo.
E a' suoi talami anch'esso, ove qual volta
soave l'assalìa forza di sonno,
corcar solea le membra, il fulminante
Olimpio s'avvïò. Quivi salito
addormentossi il nume, ed al suo fianco
giacque l'alma Giunon che d'oro ha il trono.

Libro Secondo
Tutti ancora dormìan per l'alta notte
i guerrieri e gli Dei; ma il dolce sonno
già le pupille abbandonato avea
di Giove che pensoso in suo segreto
divisando venìa come d'Achille,
con molta strage delle vite argive,
illustrar la vendetta. Alla divina
mente alfin parve lo miglior consiglio
invïar all'Atride Agamennóne
il malefico Sogno. A sé lo chiama,
e con presto parlar, Scendi, gli dice,
scendi, Sogno fallace, alle veloci
prore de' Greci, e nella tenda entrato
d'Agamennón, quant'io t'impongo, esponi
esatto ambasciator. Digli che tutte
in armi ei ponga degli Achei le squadre,
che dell'iliaco muro oggi è decreta
su nel ciel la caduta; che discordi
degli eterni d'Olimpo abitatori
più non sono le menti; che di Giuno
cessero tutti al supplicar; che in somma
l'estremo giorno de' Troiani è giunto.
Disse; ed il Sogno, il divin cenno udito,
avvïossi e calossi in un baleno
su l'argoliche navi. Entra d'Atride
nel queto padiglione, e immerso il trova
nella dolcezza di nettareo sonno.
Di Nestore Nelìde il volto assume,
di Nestore, cui sovra ogni altro duce
Agamennóne riveriva, e in queste
forme sul capo del gran re sospesa,
così la diva visïon gli disse:
Tu dormi, o figlio del guerriero Atrèo?
Tutta dormir la notte ad uom sconviensi
di supremo consiglio, a cui son tante
genti commesse e tante cure. Attento
dunque m'ascolta. A te vengh'io celeste
nunzio di Giove, che lontano ancora
su te veglia pietoso. Egli precetto
ti fa di porre tutti quanti in arme
prontamente gli Achei. Tempo è venuto
che l'ampia Troia in tua man cada: i numi
scesero tutti, intercedente Giuno,
in un solo volere, e alla troiana
gente sovrasta l'infortunio estremo
preparato da Giove. Or tu ben figgi
questo avviso nell'alma, e fa che seco
non lo si porti, col partirsi, il sonno.
Sparve ciò detto; e delle udite cose,
di che contrario uscir dovea l'effetto,
pensoso lo lasciò. Prender di Troia
quel dì stesso le mura egli sperossi,
né di Giove sapea, stolto! i disegni,
né qual aspro pugnar, né quanta il Dio
di lagrime cagione e di sospiri
ai Troiani e agli Achivi apparecchiava.
Si riscuote dal sonno, e la divina
voce dintorno gli susurra ancora.
Sorge, e del letto su la sponda assiso
una molle s'avvolge alla persona
tunica intatta, immacolata; gittasi
il regal manto indosso; il piè costringe
ne' bei calzari; il brando aspro e lucente
d'argentee borchie all'omero sospende,
l'invïolato avito scettro impugna,
ed alle navi degli Achei cammina.
Già sul balzo d'Olimpo alta ascendea
di Titon la consorte, annunziatrice
dell'alma luce a Giove e agli altri Eterni;
quando con chiara voce i banditori
per comando d'Atride a parlamento
convocaro gli Achei, che frettolosi
accorsero e frequenti. Ma raccolse
de' magnanimi duci Agamennóne
prima il senato alla nestorea nave,
e raccolti che fûro, in questi accenti
il suo prudente consultar propose:
M'udite, amici. Nella queta notte
una divina visïon m'apparve,
che te, Nestore padre, alla statura,
agli atti, al volto somigliava in tutto.
Sul mio capo librossi, e così disse:
Figlio d'Atrèo, tu dormi? A sommo duce
cui di tanti guerrieri e tante cure
commesso è il pondo, non s'addice il sonno.
da quaranta carene accompagnato.
D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona
e della bianca Oloossona i figli
procedono suggetti al fermo e forte
Polipete, figliuol di Piritòo,
del sempiterno Giove inclito seme;
e generollo a Piritòo l'illustre
Ippodamìa quel dì che dei bimembri
irti Centauri ei fe' l'alta vendetta,
e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi
li confinò. Né solo è Polipete,
ma seco è Leontèo, marzio germoglio
del Cenìde magnanimo Corone.
e questa è squadra di quaranta antenne.
Venti da Cifo e due Gunèo ne guida
d'Enïeni onerose e di Perebi,
franchi soldati, e di color che intorno
alla fredda Dodona avean la stanza,
e di quelli che solcano gli ameni
campi cui l'onda titaresia irriga,
rivo gentil che nel Penèo devolve
le sue bell'acque, né però le mesce
con gli argenti penèi, ma vi galleggia
come liquida oliva; ché di Stige
(giuramento tremendo) egli è ruscello.
Ultimo vien di Tentredone il figlio
il veloce Protòo, duce ai Magneti
dal bel Penèo mandati e dal frondoso
Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi
fur dell'achiva armata i capitani.
Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente
di tanti duci e de' cavalli insieme
che gli Atridi seguîr. Prestanti assai
eran le ferezïadi puledre
ch'Eumèlo maneggiava, agili e ratte
come penna d'augello, ambe d'un pelo,
d'età pari e di dosso a dritto filo.
Il vibrator del curvo arco d'argento
Febo educolle ne' pïerii prati,
e portavan di Marte la paura
nelle battaglie. Degli eroi primiero
era l'Aiace Telamonio, mentre
perseverò nell'ira il grande Achille,
il più forte di tutti; e innanzi a tutti
ivan di pregio i corridor portanti
l'incomparabil Tessalo. Ma questi
nelle ricurve navi si giacea
inoperoso, e sempre spirante ira
contro l'Atride Agamennóne. Intanto
lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco
i suoi guerrieri si prendean diletto.
Ozïosi i cavalli appo i lor cocchi
pasceano l'apio paludoso e il loto,
e i cocchi si giacean coperti e muti
nelle tende dei duci, e i duci istessi,
del bellicoso eroe desiderosi,
givan pel campo vagabondi e inerti.
Movean le schiere intanto in vista eguali
a un mar di foco inondator, che tutta
divorasse la terra; ed alla pesta
de' trascorrenti piedi il suol s'udìa
rimbombar. Come quando il fulminante
irato Giove Inarime flagella
duro letto a Tifèo, siccome è grido;
così de' passi al suon gemea la terra.
Mentre il campo traversano veloci
gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri
Iri discese di feral novella
apportatrice, e la spedìa di Giove
un comando. Tenean questi consiglio
giovani e vecchi, congregati tutti
ne' regali vestiboli. Mischiossi
tra lor la Diva, di Polìte assunta
l'apparenza e la voce. Era Polìte
di Priamo un figlio che, del piè fidando
nella prestezza, stavasi de' Teucri
esploratore al monumento in cima
dell'antico Esïeta, e vi spïava
degli Achivi la mossa. In queste forme
trasse innanzi la Diva, e al re conversa,
Padre, disse, che fai? Sempre a te piace
il molto sermonar come ne' giorni
della pace; né pensi alla ruina
che ne sovrasta. Molte pugne io vidi,
ma tali e tante non vid'io giammai
ordinate falangi. Numerose
al pari delle foglie e dell'arene
procedono nel campo a dar battaglia
sotto Troia. Tu dunque primamente,
Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni
ad effetto. Nel sen di questa grande
città diversi di diverse lingue
abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno
de' lor duci si ponga alla lor testa,
e tutti in punto di pugnar li metta.
Conobbe Ettorre della Dea la voce,
e di subito sciolse il parlamento.
Corresi all'armi, si spalancan tutte
le porte, e folti sboccano in tumulto
fanti e cavalli. Alla città rimpetto
Come dall'armi ritirarsi il vide,
diè un alto grido Ettorre, e rincorando
Troiani e Licii e Dardani tonava:
Uomini siate, amici, e richiamate
l'antica gagliardìa: lasciato ha il campo
quel fortissimo duce, e a me promette
l'Olimpio Giove la vittoria. Or via
gli animosi cornipedi spingete
dirittamente addosso ai forti Achivi,
e acquisto fate d'immortal corona.
Disse, e in tutti destò la forza e il core.
Come buon cacciator contra un lïone
o silvestre cignale il morso aizza
de' fier molossi, così l'ira instiga
de' magnanimi Troi contro gli Achivi
il Prïamide Marte: ed ei tra' primi
intrepido si volve, e nel più folto
della mischia coll'impeto si spinge
di sonante procella che dall'alto
piomba e solleva il ferrugineo flutto.
Allor chi pria, chi poi fu messo a morte
dal Prïamide eroe, quando a lui Giove
fu di gloria cortese? Assèo da prima,
Autònoo, Opìte, e Dòlope di Clito,
Ofeltio ed Agelao, Esimno, ed Oro
e il bellicoso Ippònoo. Fur questi
i dànai duci che il Troiano uccise:
dopo lor, molta plebe. Come quando
di Ponente il soffiar l'umide figlie
di Noto aggira, e con rapido vortice
le sbatte irato: il mar gonfiati e crebri
volve i flutti, e dal turbo in larghi sprazzi
sollevata diffondesi la spuma:
tal Ettore cader confuse e spesse
fa le teste plebee. Disfatta intera
allor sarìa seguìta, e colla strage
de' fuggitivi ineluttabil danno,
se con questo parlar l'accorto Ulisse
non destava il valor di Dïomede.
Magnanimo Tidìde, e qual disdetta
della nostra virtù ci toglie adesso
la ricordanza? Or su; ti metti, amico,
al mio fianco, e tien fermo: onta sarebbe
lasciar che piombi su le navi Ettorre.
E Dïomede di rincontro: Io certo
rimarrò, pugnerò; ma vano il nostro
sforzo sarà, ché la vittoria ai Teucri
dar vuole, non a noi, Giove nemico.
Disse; e coll'asta alla sinistra poppa
Timbrèo percosse, e il riversò dal carro.
Ulisse uccise Molïon, guerriero
d'apparenza divina, e valoroso
del re Timbrèo scudiero. E spenti questi,
si cacciâr nella turba, simiglianti
a due cinghiali di gran cor, che il cerchio
sbarattano de' veltri; e impetuosi
voltando faccia sgominaro i Teucri,
sì che fuggenti dall'ettòreo ferro
preser conforto e respirâr gli Achivi.
Combattean fra le turbe alti sul carro
fortissimi campioni i due figliuoli
di Merope Percòsio. Il genitore,
celebrato indovino, avea dell'armi
il funesto mestier loro interdetto.
Non l'obbediro i figli, e la possanza
seguîr del fato che traeali a morte.
Coll'asta in guerra sì famosa entrambi
gl'investì Dïomede, e colla vita
dell'armi li spogliò, mentre per mano
cadean d'Ulisse Ippòdamo e Ipiròco.
Contemplava dall'Ida i combattenti
di Saturno il gran figlio, e nel suo senno
equilibrava tuttavia la pugna,
e l'orror della strage. Infurïava
pedon tra' primi battaglianti il figlio
di Peone Agastròfo, e non avea
l'incauto eroe dappresso i suoi corsieri,
onde all'uopo salvarsi; ché in disparte
lo scudier li tenea. Mirollo, e ratto
l'assalse Dïomede, e all'anguinaglia
lo ferì di tal colpo che l'uccise.
Cader lo vide Ettorre, e tra le file
si spinse alto gridando, e lo seguièno
le troiane falangi. Al suo venire
turbossi il forte Dïomede, e vòlto
ad Ulisse, dicea: Ci piomba addosso
del furibondo Ettorre la ruina.
Stiam saldi, amico, e sosteniam lo scontro.
Disse, e drizzando alla nemica testa
la mira, fulminò l'asta vibrata,
e colse al sommo del cimier; ma il ferro
fu respinto dal ferro, e non offese
la bella fronte dell'eroe, ché il lungo
triplice elmetto l'impedì, fatato
dono d'Apollo. Sbalordì del colpo
Ettore, e lungi riparò tra' suoi.
Qui cadde su i ginocchi, puntellando
contro il suol la gran palma, e tenebroso
su le pupille gli si stese un velo.
Ma mentre corre a ricovrar Tidìde
di Meleagro, e la destò la madre
Altèa che, forte pe' fratelli uccisi
crucciosa, il figlio maledisse, e il suolo
colle man percotendo inginocchiata
e forsennata con orrendi preghi
di gran pianto confusi il negro Pluto
supplicava e la rigida mogliera
di dar morte all'eroe: né dal profondo
orco fu sorda l'implacata Erinni.
Del materno furor sdegnato il figlio
lungi dall'armi si ritrasse in braccio
alla bella consorte Cleopatra,
di Marpissa Evenina e del possente
Ida figliuola, di quell'Ida io dico
che tra' guerrieri de' suoi tempi il grido
di fortissimo avea, tanto che contra
lo stesso Apollo per la tolta ninfa
ardì l'arco impugnar. Mutato poscia
di Cleopatra il nome, i genitori
la chiamaro Alcïon, perché simìle
alla mesta Alcïon gemea la madre
quando rapilla il saettante Iddio.
Con gran furore intanto eran le porte
di Calidone e le turrite mura
combattute e percosse. Eletta schiera
di venerandi vegli e sacerdoti
a Meleagro deputati il prega
di venir, di respingere il nemico,
a sua scelta offerendo di cinquanta
iugeri il dono, del miglior terreno
di tutto il caledonio almo paese,
parte alle viti acconcio e parte al solco.
Molto egli pure il genitor lo prega,
dell'adirato figlio alle sublimi
soglie traendo il senil fianco, e in voce
supplicante del talamo picchiando
alle sbarrate porte. Anche le suore,
anche la madre già pentita orando
chiedean mercede; ed ei più fermo ognora
la ricusava. Accorsero gli amici
i più cari e dile